Verónica Jaffé: la poesia, la materia e il silenzio
Lo animal si poema: uno sguardo oltre la parola
Dalla traduzione alla metafora, dal dialogo con la tradizione letteraria alla contemplazione del mondo animale: la ricerca di una poetessa che ci invita a riconoscere, nella bellezza e nel silenzio, nuove possibilità di comprendere l’esistenza.
Alcuni poeti cercano nella parola un luogo dove poter dimorare e altri la utilizzano come una via di passaggio verso ciò che ancora non conoscono. Leggendo Verónica Jaffé, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una scrittura che non vuole esaurire il mondo nella sua interpretazione, invece cerca di avvicinarlo, interrogarlo, lasciarsi sorprendere da ciò che continua a sfuggire alla nostra comprensione.
Poetessa, traduttrice, saggista e artista visiva venezuelana, Jaffé ha costruito un percorso nel quale la poesia dialoga con altre discipline e si lascia attraversare da differenti forme di conoscenza. La sua ricerca non si esaurisce nella parola scritta: comprende la traduzione letteraria, il confronto con altri autori, la riflessione filosofica e la sperimentazione visiva attraverso materiali quali la carta, il cartone, il legno e la tela.
Il suo è un percorso che invita a considerare la poesia non soltanto come espressione del pensiero o manifestazione di un’emozione, ma come esperienza capace di mettere in relazione linguaggi diversi. Una parola può diventare immagine, un’immagine può suggerire un pensiero, una superficie muta può custodire una presenza. E ciò che sembrava lontano può improvvisamente rivelare una corrispondenza inattesa.
Il 17 novembre 2025, Lo animal si poema è stato proclamato vincitore del XXV Premio Casa de América de Poesía Americana. Il riconoscimento è stato consegnato a Madrid il 16 febbraio 2026. La giuria ha sottolineato il potenziale intellettuale e filosofico dell’opera, mettendo in evidenza la trama di citazioni attraverso cui i componimenti instaurano un dialogo con altri autori. Il libro è stato selezionato tra 833 opere provenienti da 35 Paesi. Jaffé è la seconda poetessa venezuelana a ricevere il premio, dopo Yolanda Pantin nel 2017. (Casa de América, comunicato ufficiale del 17 novembre 2025.)
Questo riconoscimento offre l’occasione di soffermarsi su una ricerca che merita di essere avvicinata senza fretta. Perché, a mio avviso, il valore di Lo animal si poema non risiede soltanto nella complessità dei suoi riferimenti o nella profondità delle domande che pone. Risiede anche nella possibilità di ritrovare, attraverso la lettura, qualcosa che appartiene alla nostra esperienza più intima: il bisogno di comprendere chi siamo, quale posto occupiamo nel mondo e quanto ancora ci sfugga di ciò che crediamo di conoscere.
È da qui che desidero partire: dal mio incontro con la voce poetica di Verónica Jaffé e da ciò che questa lettura mi ha permesso di scoprire, interrogare e amare.
Una poesia che nasce dall’osservazione
Per avvicinarsi a Lo animal si poema, credo sia utile guardare al percorso che lo precede.
Già nei titoli di alcune raccolte precedenti, come El arte de la pérdida (1991) ed El largo viaje a casa (1994), affiorano questioni che attraversano l’esistenza umana: la perdita, la memoria, il ritorno, l’appartenenza. Sono parole che appartengono alla nostra esperienza quotidiana, ma che, nella loro apparente semplicità, custodiscono interrogativi profondi.
Che cosa rimane di noi quando qualcosa viene perduto? È possibile ritornare davvero a casa, se nel frattempo siamo cambiati? E quanto di ciò che chiamiamo identità dipende dai luoghi, dalle lingue e dalle persone attraverso cui abbiamo imparato a riconoscerci?
In La versión de Ismena (2000), il rapporto con la tradizione letteraria assume una forma più esplicita. Il riferimento a Ismene, figura della tragedia greca, introduce il lettore in un territorio nel quale il passato non è una presenza immobile, ma una voce con cui confrontarsi. La tradizione diventa materia viva, capace di porre nuove domande al presente.
Con Sobre traducciones. Poemas 2000-2008 (2010), la traduzione entra direttamente nell’orizzonte della ricerca poetica. Nel volume dedicato a Friedrich Hölderlin, Cantos hespéricos. Traducción y versiones libres (en lienzos y poemas) de Verónica Jaffé (2016), il rapporto fra traduzione, riscrittura e arti visive si amplia ulteriormente.
Seguono De la metáfora, fluida. Poemas 2009-2014 (2019) e Fugaz lagartija. Poemas 2014-2018 (2024), opere nelle quali la riflessione sulla lingua, sulla memoria e sulla fragilità dell’esperienza continua a trasformarsi.
Non si tratta di un itinerario da leggere come una successione rigida di tappe. È piuttosto un insieme di percorsi che si richiamano, si allontanano e si ritrovano. La poesia di Jaffé sembra procedere per avvicinamenti, senza rinunciare alla complessità di ciò che osserva.
È proprio questa disposizione dello sguardo a interessarmi.
La poesia, prima ancora di essere una costruzione linguistica, può nascere da un’attenzione particolare verso ciò che esiste. Osservare non significa soltanto vedere. Significa concedere alle cose il tempo necessario perché rivelino qualcosa che, nella fretta, sarebbe rimasto invisibile.
La contemplazione è un gesto di disponibilità. Non impone alla realtà un significato prestabilito, ma si lascia interrogare dalla sua presenza.
In questo senso, riconosco nella ricerca di Jaffé una qualità che considero essenziale per ogni autentica esperienza poetica: la capacità di trasformare l’osservazione in pensiero, senza privarla della sua forza sensibile.
Lo animal si poema: quando l’animale ci restituisce alla nostra umanità
Il titolo Lo animal si poema contiene già una tensione che merita attenzione.
Non siamo davanti a una semplice raccolta di poesie dedicate agli animali. Il rapporto fra l’animale e il poema apre una domanda più ampia: che cosa possiamo comprendere dell’essere umano quando smettiamo, anche soltanto per un momento, di considerarlo la misura di tutte le cose?
L’animale, nella nostra tradizione culturale, è stato spesso trasformato in simbolo, allegoria, figura morale. Gli abbiamo attribuito qualità, difetti e comportamenti per parlare di noi stessi. Ma che cosa accade quando la sua presenza non serve soltanto a rappresentare l’umano, bensì diventa un’occasione per interrogare il confine che abbiamo costruito fra noi e le altre forme di vita?
Jaffé ha descritto il libro come un tentativo di formulare domande sulla condizione umana suggerite da molteplici autori, senza l’ambizione di fornire risposte definitive. Il solo fatto di riuscire a porre tali domande, ha spiegato, le permette talvolta di vedere più chiaramente. (Casa de América, presentazione di Lo animal si poema, 16 febbraio 2026.)
Questa dichiarazione è importante perché chiarisce l’orientamento della sua ricerca: la poesia non viene chiamata a impartire una lezione, ma a creare le condizioni per una maggiore consapevolezza.
La presenza animale diventa così uno specchio particolare. Non uno specchio che restituisce un’immagine identica alla nostra, ma una superficie nella quale riconosciamo qualcosa di familiare e, nello stesso tempo, irriducibilmente diverso.
L’animale vive, percepisce, reagisce, cerca riparo, attraversa il proprio ambiente. La sua esistenza non ha bisogno della nostra interpretazione per possedere un valore. Eppure, osservandolo, possiamo arrivare a interrogarci sulla nostra vulnerabilità, sui nostri istinti, sul rapporto con il tempo e sulla pretesa di dominare ciò che non comprendiamo.
È qui che la poesia assume una dimensione filosofica ed etica.
Non perché debba necessariamente formulare teorie, ma perché può modificare il nostro modo di guardare. Ci invita a sospendere il giudizio, a riconoscere il limite della nostra prospettiva, ad accettare che esista una realtà che non si lascia interamente tradurre nei nostri codici.
A volte, per comprendere meglio noi stessi, dobbiamo smettere di guardarci direttamente.
Dobbiamo osservare ciò che ci circonda. E, in quella bellezza muta, riconoscere una parte della nostra stessa esistenza.
Il dialogo con gli autori: ogni poesia è anche un incontro
Uno degli aspetti più interessanti di Lo animal si poema è il dialogo che i componimenti instaurano con gli autori richiamati attraverso citazioni e rimandi.
La giuria del Premio Casa de América ha individuato proprio in questa trama di riferimenti una delle caratteristiche significative del libro: le poesie entrano in conversazione con altri autori, creando un gioco di specchi nel quale le diverse voci si illuminano reciprocamente. (Casa de América, comunicato del 17 novembre 2025.)
A mio avviso, questo elemento non va considerato un semplice apparato culturale che accompagna la scrittura. È parte del modo in cui il libro pensa.
Ogni autore citato porta con sé una storia, una sensibilità, una visione del mondo. La sua presenza introduce nel componimento una memoria letteraria che il lettore è invitato a riconoscere, ma anche a interrogare.
La poesia non comincia necessariamente con la prima parola scritta dalla poetessa. Può cominciare molto prima, nell’incontro con una lettura, in una frase rimasta nella memoria, in una domanda ricevuta da un altro pensiero.
Scrivere significa anche ascoltare ciò che ci ha preceduti.
Ma ascoltare non equivale a ripetere. Quando una voce entra in una nuova poesia, cambia la relazione fra le parole, cambia il contesto e cambia anche il lettore che la incontra. Il pensiero ricevuto diventa materia di un’esperienza nuova.
È questo, credo, uno degli aspetti più fecondi della scrittura di Jaffé: la poesia non si presenta come una voce isolata, autosufficiente, ma come un luogo d’incontro fra sensibilità e tradizioni diverse.
La citazione può essere una porta. Può introdurre un interrogativo che attraversa il componimento, oppure creare una distanza fra ciò che conosciamo e ciò che siamo chiamati a ripensare.
Naturalmente, per cogliere pienamente questi dialoghi, occorre distinguere i diversi livelli della lettura. Un riferimento letterario può ampliare il significato di un verso, ma non lo esaurisce. La poesia deve conservare una propria forza anche per chi non riconosce immediatamente ogni rimando.
Il lettore non è chiamato a dimostrare quanto sa. È invitato a lasciarsi coinvolgere in una ricerca.
E quando un verso ci conduce a un altro autore, per poi restituirci alla nostra esperienza con una domanda diversa, la letteratura mostra una delle sue possibilità più belle: diventare una conversazione che continua oltre i confini del libro.
La brevità non è semplicità: il seme di senape della poesia
Una delle cose che ho imparato e amato della voce poetica di Verónica Jaffé riguarda il rapporto fra brevità e profondità.
Siamo abituati, talvolta, a misurare il valore di un testo attraverso la sua estensione, come se la quantità delle parole potesse dirci qualcosa di definitivo sulla ricchezza del pensiero. La poesia ci ricorda che non è così.
Un componimento breve può racchiudere una complessità capace di accompagnarci per molto tempo. Può contenere una domanda che non trova subito risposta, un’immagine che continua a trasformarsi nella memoria, un’intuizione che rivela il proprio significato soltanto dopo diverse letture.
La brevità non è sinonimo di semplicità. Può essere il risultato di un lungo lavoro di osservazione, selezione e concentrazione.
Mi viene in mente il seme di senape: piccolo, quasi insignificante alla vista, eppure portatore di una possibilità di crescita che supera le sue dimensioni.
Penso anche alle bombe di semi, che custodiscono in una forma minima la promessa di una fioritura. Cadono sulla terra e attendono le condizioni necessarie per aprirsi. Non impongono il proprio sviluppo: lo rendono possibile.
Così accade con certi versi.
Se letti soltanto in superficie, possono sembrare conclusi in poche parole. Se invece li avviciniamo con la volontà di comprenderne il senso vitale, cominciano a germogliare. Si aprono nella mente come un pascolo colorato, dove il pensiero può muoversi liberamente, posarsi, ripartire, cercare altre corrispondenze.
Le api e le farfalle di questa immagine sono le nostre domande, la memoria, le associazioni inattese, le emozioni che riconosciamo e quelle che ancora non sappiamo nominare.
La poesia breve non chiede necessariamente meno tempo. A volte ne chiede di più.
Occorre sostare, ritornare su una parola, ascoltare il rapporto fra due immagini. Occorre accettare che il significato non si consegni tutto in una volta.
In Lo animal si poema, questa concentrazione acquista particolare rilievo perché il pensiero filosofico non si sviluppa soltanto attraverso affermazioni esplicite. Si manifesta anche nella scelta dei nomi, negli accostamenti, nelle domande e nelle immagini che costringono il lettore a riconsiderare ciò che sembrava ovvio.
Un esempio significativo si trova nel componimento Zoon politikón:
«Es que no es fácil precisar lo animal de la identidad sin adjetivo».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Zoon politikón», estratto pubblicato da Casa de América.)
La difficoltà di definire la componente animale dell’identità senza ricorrere a un aggettivo apre una questione che va oltre la classificazione.
Come possiamo riconoscere ciò che siamo prima di attribuirci una definizione? Quanto della nostra identità è davvero nostro e quanto dipende dalle parole, dai ruoli e dalle categorie attraverso cui ci presentiamo agli altri?
Il verso non risolve il problema. Lo rende visibile.
Ed è proprio questa la forza che riconosco nella brevità poetica di Jaffé: la capacità di concentrare una domanda senza imprigionarla in una risposta.
Il verso diventa un seme. Il lettore, se accetta di prendersene cura, scopre che al suo interno esiste molto più di quanto la sua dimensione lasciasse immaginare.
L’osservazione gestuale e la bellezza che non parla
C’è un altro aspetto che considero fondamentale nella lettura di Lo animal si poema: la relazione fra osservazione, gesto e contemplazione.
Uso qui l’espressione osservazione gestuale per indicare uno sguardo che non rimane passivo, ma si traduce in un movimento dell’attenzione. È il gesto di chi si ferma davanti a una presenza, ne segue i contorni, ne coglie la postura, il movimento, la distanza e il rapporto con lo spazio.
Non è necessario che l’oggetto osservato compia qualcosa di straordinario. A volte basta una presenza animale, un movimento minimo, un corpo raccolto nella propria quiete.
“Que calma seas, poesía,
y tu paso ligero roce
el incierto sentido.
No vaya a ser que quiera
al revés poner mis palabras,
morrocoya conchuda,
patas arriba”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Que calma seas, poesía», pubblicato da Casa de América.)
La bellezza può manifestarsi proprio in ciò che non cerca di attirare la nostra attenzione.
Un animale non ha bisogno di sapere di essere osservato per esistere pienamente nella propria forma. Non deve rendersi comprensibile, né trasformare la propria presenza in un messaggio destinato all’essere umano.
Siamo noi, semmai, a dover imparare a guardare.
Questa disposizione contemplativa mi interessa perché sposta la poesia dal dominio esclusivo della parola verso una più ampia esperienza della sensibilità. Il verso può nascere da ciò che l’occhio ha accolto, ma non si limita a descrivere quello che vede. Trasforma l’osservazione in una domanda, in una relazione, in un pensiero sull’esistenza.
La bellezza muta che incornicia la vita non è necessariamente una bellezza rassicurante. Può rivelare la fragilità, la precarietà, la distanza fra le specie, la difficoltà di comunicare. Può ricordarci che la realtà è più vasta delle nostre interpretazioni.
È proprio in questa tensione che la contemplazione acquista profondità.
Guardare un animale significa incontrare una vita che condivide con noi la condizione di essere vivente, ma che non coincide con la nostra esperienza. La sua diversità non deve essere cancellata per permetterci di riconoscerne il valore.
Anzi, è proprio riconoscendo quella distanza che possiamo cominciare a rispettarla.
Il pensiero filosofico, allora, non nasce soltanto dalla riflessione astratta. Può scaturire da un gesto osservato, da una forma, da una presenza silenziosa. La contemplazione diventa una forma di conoscenza perché ci costringe a rallentare e a riconsiderare la nostra posizione nel mondo.
In questo senso, la poesia di Jaffé ci ricorda che non tutto ciò che è importante deve essere pronunciato.
Esistono esperienze che cominciano prima delle parole e continuano dopo che le parole hanno smesso di parlare.
Traduzione e metafora: una sinergia fra linguaggi
Fra i diversi aspetti della ricerca di Jaffé, il rapporto fra traduzione e metafora è anche qualcosa che sento vicino alla mia sensibilità poetica.
L’autrice ha dedicato a questi temi una parte significativa del proprio lavoro teorico. Lo testimoniano Metáforas y traducción o traducción como metáfora. Algunas metáforas de la teoría de la traducción literaria (2004) e Poesía, traducción, libertad (2024).
Il legame fra traduzione e metafora può essere osservato da prospettive diverse, ma entrambe condividono, a mio avviso, un movimento essenziale: mettere in relazione ciò che non coincide.
Tradurre significa attraversare una lingua per raggiungerne un’altra, cercando di custodire un significato senza pretendere che il passaggio sia privo di trasformazioni.
La metafora compie un movimento affine. Avvicina realtà differenti e permette a una di rivelare qualcosa dell’altra. Non elimina la distanza: la rende fertile.
Quando diciamo che qualcosa è qualcos’altro, senza intendere una coincidenza letterale, apriamo uno spazio nel quale il pensiero può muoversi oltre il significato immediato.
La metafora non è soltanto un ornamento del discorso. È una possibilità di conoscenza.
Analogamente, la traduzione non consiste nel sostituire meccanicamente una parola con un’altra. È un lavoro di ascolto, interpretazione e ricreazione, nel quale bisogna riconoscere ciò che può essere trasferito e ciò che, invece, appartiene irriducibilmente alla lingua di partenza.
In entrambe le esperienze, qualcosa rimane e qualcosa cambia. La fedeltà non è immobilità, così come la trasformazione non implica necessariamente una perdita.
È proprio in questo incontro che riconosco una sinergia capace di ampliare il campo della poesia.
La traduzione può mettere in relazione lingue diverse; la metafora può avvicinare immagini, oggetti, esperienze e pensieri. Quando questi movimenti si incontrano, la poesia può attraversare più forme espressive senza perdere la propria capacità di generare senso.
Nella presentazione dei Poemas de la guarda, Jaffé formula un pensiero che considero particolarmente significativo:
«Usar metáforas, escribir poemas, es como traducir imágenes».
(Verónica Jaffé, Poemas de la guarda, sito ufficiale dell’autrice.)
Usare metafore, scrivere poesie, tradurre immagini: in questa formulazione riconosco una chiave per comprendere la relazione fra parola e percezione.
Un’immagine non deve necessariamente essere spiegata dalla parola. Può trovare nella parola una possibilità di trasformazione, così come un verso può aprire uno spazio visivo nella mente di chi legge.
La traduzione e la metafora non sono, dunque, due procedimenti isolati. Possono agire insieme, creando un passaggio fra il visibile e l’invisibile, fra ciò che riconosciamo e ciò che ancora dobbiamo imparare a vedere.
È ciò che ho imparato e amato della ricerca di Jaffé: la possibilità che la bellezza attraversi linguaggi diversi senza essere costretta a sceglierne uno soltanto.
Può abitare una parola, un’immagine, una superficie di legno, un foglio di carta. Può manifestarsi nella lingua che conosciamo e continuare a parlarci attraverso una forma che non possiede parole.
La poesia diventa così un’esperienza di relazione.
Non tutto deve essere tradotto letteralmente. Non tutto deve essere spiegato. A volte, ciò che conta è creare le condizioni perché una forma espressiva possa risvegliare un’altra, lasciando che entrambe conservino la propria specificità.
“Grande es su repertorio,
buho buho buho llama el macho cortejando
y ella contesta u-hu- u-hu- u-hu- (..)
Si nos llamáramos
con ululantes cantos
¿cuáles nombres
nos convocarían?”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Bubo Bubo», estratto pubblicato da Casa de América.)
Quando il poema diventa materia
La ricerca visiva di Jaffé offre un ulteriore sviluppo a questa riflessione.
Nelle sue opere, la poesia entra in relazione con il cartone, il legno e la tela. Questi materiali non sono soltanto superfici sulle quali collocare un testo: possono diventare parte dell’esperienza poetica.
Il cartone porta con sé una fragilità quotidiana. Il legno conserva il rapporto con la materia organica e con il tempo. La carta è insieme familiare e vulnerabile, capace di custodire una traccia e di deteriorarsi.
Quando la poesia incontra questi materiali, il supporto può partecipare alla costruzione del significato.
La consistenza della superficie, la disposizione degli elementi, la presenza di uno spazio libero o di un’interruzione possono modificare il modo in cui l’opera viene percepita. Il lettore non si trova più soltanto davanti a una sequenza di parole: è invitato a osservare una relazione fra forma, materia e pensiero.
È un passaggio che trovo particolarmente interessante.
La poesia può essere letta, ma può anche essere contemplata. Può essere ascoltata attraverso il ritmo e, nello stesso tempo, percepita attraverso la disposizione visiva dei suoi elementi.
L’occhio non si limita a decifrare. Segue un percorso, misura distanze, incontra interruzioni. La superficie diventa parte dell’esperienza.
Non significa che ogni oggetto possa essere considerato un poema, né che la materia possieda automaticamente un valore poetico. Occorre che esista una relazione capace di generare senso, che la forma non sia un’aggiunta arbitraria, ma partecipi alla ricerca espressiva.
La poesia, in questo caso, non perde la propria natura quando abbandona la pagina tradizionale. La trasforma.
“Dos o tres asuntos quise ponderar,
y a estos lienzos inquirir por sus poemas.
Figuraban: un león, quizás leopardo y un rinoceronte.
Eso fue en un blanco país anterior”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Dos o tres asuntos que ponderar», estratto pubblicato da Casa de América.)
E forse è proprio questo il punto: riconoscere che la parola non esaurisce tutte le possibilità del poetico.
Esistono forme che possono comunicare senza pronunciare nulla. Esistono immagini che non offrono una spiegazione, ma lasciano emergere una presenza. Esistono materiali che, attraverso la loro stessa consistenza, ci riportano alla concretezza dell’esistenza.
La ricerca di Jaffé invita a considerare questi linguaggi non come territori separati, ma come possibilità di un dialogo nel quale ciascuno può ampliare la sensibilità degli altri.
I silenzi attivi: il respiro che appartiene al poema
Vorrei soffermarmi su un’espressione che appartiene alla mia personale elaborazione critica: i silenzi attivi.
È importante precisarlo: non intendo presentare questa formula come una mia invenzione teorica originale in senso assoluto, né attribuirla a Verónica Jaffé. La utilizzo per nominare una lettura personale del rapporto fra parola, pausa, disposizione del verso e significato, maturata attraverso la mia osservazione Almanautica della poesia e la riflessione su ciò che accade durante la lettura.
Quando parlo di silenzi attivi, non mi riferisco semplicemente all’assenza di parole.
Penso a quegli spazi nei quali il poema sembra fermarsi, ma in realtà continua a parlare in un altro modo. Sono le pause, le interruzioni, gli spazi fra i versi e le distanze fra le immagini che, in determinate condizioni, partecipano alla costruzione del significato.
Per comprenderne la funzione, mi viene in mente il selah dei Salmi, termine la cui interpretazione precisa rimane discussa e che viene tradizionalmente associato a una pausa o a un’interruzione di carattere musicale e di liturgica pausa di riflessione. Lo richiamo qui come analogia interpretativa, non come equivalenza storica o tecnica.
Il selah suggerisce un tempo in cui non si aggiunge necessariamente una nuova parola, ma si lascia risuonare ciò che è stato pronunciato. È una pausa che invita a respirare, a sostare, a lasciare che il pensiero trovi una propria profondità.
Nella mia lettura, qualcosa di simile può accadere nella poesia.
Lo spazio che segue un verso non appartiene soltanto a ciò che è stato detto, come se fosse un residuo lasciato dalla scrittura. Può appartenere anche a ciò che verrà dopo. È un punto di passaggio nel quale il lettore continua a elaborare quanto ha appena incontrato e, nello stesso tempo, si prepara a ricevere ciò che ancora non conosce.
Il silenzio diventa così una parte integrale del poema. Non un elemento esterno, non una pausa che si potrebbe eliminare senza conseguenze, ma una possibilità espressiva che, quando è necessaria, contribuisce a determinare il ritmo interiore della lettura.
Occorre però una distinzione. Non ogni spazio bianco è un silenzio attivo. Non ogni interruzione possiede automaticamente una funzione poetica. La sua forza dipende dal rapporto con il testo, dalla necessità espressiva che lo sostiene e da ciò che mette in movimento nella coscienza del lettore.
Un poema può essere brevissimo e non lasciare alcuna apertura significativa. Un altro può essere composto da molti versi e custodire, al proprio interno, pause che modificano profondamente il senso di ciò che viene detto.
Il silenzio attivo non coincide, quindi, con la scarsità delle parole. È una qualità della relazione fra ciò che viene espresso e ciò che rimane aperto.
Nel leggere Jaffé, questa prospettiva mi sembra particolarmente feconda proprio perché il suo lavoro attraversa la parola, l’immagine e la materia. La presenza di un animale, la consistenza di un supporto o la distanza fra due elementi possono suggerire una dimensione che non ha bisogno di essere interamente verbalizzata.
Non sostengo che ogni immagine o ogni spazio della sua opera debba essere interpretato attraverso questa categoria. Propongo, piuttosto, una possibilità di lettura che considero utile per comprendere come il significato poetico possa estendersi oltre ciò che viene detto esplicitamente.
Il silenzio attivo non interrompe necessariamente il poema: può prolungarlo. Non sottrae necessariamente senso: può consentire al senso di espandersi.
È il tempo in cui il lettore partecipa alla costruzione dell’opera, mettendo in relazione le parole con la propria memoria, la propria esperienza e le proprie domande.
Questa dimensione mi interessa anche perché restituisce alla lettura un carattere profondamente umano. Non siamo chiamati soltanto a comprendere un contenuto, ma a viverne il movimento.
La poesia ci chiede di rallentare. Di non occupare ogni spazio con una spiegazione. Di accettare che qualcosa possa rimanere aperto senza per questo essere incompleto.
Come nel respiro, l’intervallo non è separazione dalla vita: è parte del suo ritmo.
“Quedó o callado
en voz baja
me pongo a escribir
con más sosiego.
(…) no todo es teatro del ego”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Quedo o callado», Estratto.Pubblicato da Casa de América.)
E così, nel poema, il silenzio può diventare una presenza discreta, capace di custodire ciò che la parola ha appena rivelato e di preparare ciò che ancora deve nascere.
Leggere Lo animal si poema: le immagini, le domande, il pensiero
Torniamo ora al libro che ha dato origine a queste riflessioni.
La selezione di componimenti pubblicata da Casa de América consente di osservare alcuni dei procedimenti attraverso cui Jaffé intreccia la presenza animale, la riflessione sull’identità e il dialogo con la tradizione culturale.
In Zoon politikón, la poetessa si interroga sulla propria identità attraverso una serie di nomi e associazioni:
«Más que decir mujer de género u oficio o lenguas varias debería comenzar de nuevo por el sustantivo».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Zoon politikón», estratto pubblicato da Casa de América.)
Il verso suggerisce la necessità di tornare al sostantivo, come se le definizioni che accompagnano una persona potessero, a un certo punto, diventare insufficienti.
Genere, professione, lingue e ruoli sono elementi che partecipano alla costruzione dell’identità, ma nessuno di essi sembra poterla esaurire.
La domanda diventa allora più profonda: che cosa rimane quando proviamo a liberarci, almeno per un istante, dalle categorie attraverso cui siamo abituati a riconoscerci?
Il rapporto con l’animale non offre una soluzione immediata. Apre piuttosto una prospettiva diversa, nella quale l’identità umana può essere osservata senza essere considerata una realtà completamente definita.
In questo componimento, il dialogo fra i nomi degli animali e le definizioni dell’essere umano diventa un gioco linguistico, ma non si esaurisce nel gioco. Le parole producono una riflessione sulla difficoltà di stabilire confini netti fra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere.
La scelta di ricorrere a una domanda, anziché a un’affermazione conclusiva, è significativa. Il poema non impone una tesi: invita a partecipare al ragionamento.
Un altro passaggio, tratto dal componimento Tus tiempos y los de otros, apre una prospettiva diversa:
«Aprende a nadar en lo inmenso».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Tus tiempos y los de otros», estratto pubblicato da Casa de América.)
Sono parole brevi, ma la loro immagine possiede un’apertura notevole.
Imparare a nuotare nell’immenso significa confrontarsi con qualcosa che supera le nostre misure abituali. Non significa dominarlo, né ridurlo a uno spazio conosciuto. Significa imparare a stare al suo interno.
Il mare, nella sua vastità, non diventa meno grande perché l’essere umano impara a nuotarvi. È la sua relazione con quella vastità a cambiare.
Leggo in questo verso una possibile riflessione sulla condizione umana: non tutto ciò che ci supera deve essere ridotto a una dimensione rassicurante. Esistono esperienze nelle quali la conoscenza consiste anche nell’imparare a muoversi dentro l’incertezza.
La brevità del verso concentra questa intuizione in un’immagine immediatamente percepibile. Eppure, ciò che essa suggerisce può continuare a svilupparsi ben oltre la lettura.
È il seme di senape di cui parlavo.
Il componimento non ha bisogno di esporre una teoria completa per aprire una domanda sull’esistenza, sul limite e sulla capacità di abitare ciò che non conosciamo.
Ancora una volta, la poesia trasforma un’immagine concreta in una possibilità di pensiero.
Il dialogo con Goya: quando la ragione ha bisogno dell’animale
Un ulteriore esempio della costruzione intellettuale del libro si trova nel componimento che richiama Francisco de Goya e la celebre relazione fra il sonno della ragione e la comparsa dei mostri.
Jaffé scrive:
«Que la razón requiere de sueños o animales, También es de Goya».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento con riferimento a Goya, estratto pubblicato da Casa de América.)
Il riferimento a Goya non rimane confinato alla citazione di un pensiero conosciuto. Viene ripreso e riformulato attraverso la presenza degli animali, che accompagnano il sognatore e ne custodiscono simbolicamente le spalle.
Il rapporto fra ragione e sogno viene così riaperto.
La ragione è una delle facoltà attraverso cui l’essere umano interpreta il mondo, ma non rappresenta necessariamente l’unica via per comprenderlo. Il sogno, l’immaginazione e la presenza animale introducono dimensioni che non possono essere ricondotte interamente alla logica.
Il componimento invita a domandarsi se la ragione possa davvero bastare a se stessa, oppure se abbia bisogno di ciò che non controlla per riconoscere i propri limiti.
Il dialogo con Goya diventa, in questo senso, una relazione produttiva fra tradizione e scrittura contemporanea. Il pensiero del pittore non viene semplicemente ripetuto: viene riportato all’interno di una nuova esperienza poetica, dove l’animale acquista una funzione che è insieme visiva e filosofica.
È un esempio concreto di ciò che intendo quando parlo della sinergia fra traduzione e metafora.
Una figura proveniente dalla storia dell’arte viene trasferita nel linguaggio poetico. Il suo significato si trasforma, si arricchisce di nuove associazioni e torna al lettore come una domanda diversa.
La poesia non deve necessariamente spiegare il riferimento. Può metterlo in movimento. E il lettore, riconoscendo oppure scoprendo quel dialogo, partecipa alla costruzione del senso.
Dalla riflessione filosofica alla responsabilità verso la vita
La presenza animale in Lo animal si poema possiede anche una dimensione etica.
Interrogare il confine fra l’essere umano e gli altri animali significa mettere in discussione il modo in cui attribuiamo valore alle diverse forme di vita. Significa chiedersi se il nostro modo di comprendere il mondo lasci spazio a ciò che non possiamo conoscere pienamente.
Questa domanda riguarda anche il rapporto con l’ambiente, la vulnerabilità delle specie e le conseguenze delle azioni umane.
Non occorre trasformare la poesia in un trattato per riconoscere la portata di tali questioni. La letteratura può contribuire a renderle più vicine, perché ci invita a percepire ciò che, altrimenti, rischierebbe di rimanere un concetto astratto.
Quando la presenza di un animale diventa occasione di contemplazione, il lettore è chiamato a sospendere, almeno per un momento, la propria centralità.
L’animale non è soltanto ciò che vediamo. È anche ciò che non possiamo conoscere interamente.
Questa consapevolezza può modificare il nostro atteggiamento. Ci ricorda che comprendere non significa necessariamente possedere una spiegazione completa e che riconoscere l’altro richiede, talvolta, la capacità di rispettarne l’alterità.
A mio avviso, è proprio qui che il pensiero filosofico incontra la sensibilità poetica.
La filosofia pone la domanda; la poesia può darle una forma sensibile, renderla vicina alla nostra esperienza, farla risuonare attraverso un’immagine o un gesto.
La bellezza non cancella la complessità del mondo. Può aiutarci a riconoscerla.
E la contemplazione, quando non si limita all’ammirazione superficiale, diventa un esercizio di attenzione e di responsabilità.
Non perché ogni poesia debba necessariamente condurre a un comportamento morale, ma perché imparare a guardare diversamente può cambiare il modo in cui ci relazioniamo a ciò che esiste.
Ciò che ho imparato e amato della voce poetica di Verónica Jaffé
Arrivata a questo punto della lettura, desidero tornare a ciò che, personalmente, mi ha coinvolta di più.
Ho amato la possibilità di incontrare una poesia che non separa il pensiero dalla sensibilità, che lascia convivere la ricerca intellettuale e la forza delle immagini, che non considera la parola l’unico luogo nel quale la bellezza possa manifestarsi.
Ho apprezzato il dialogo con gli autori, perché mi ha ricordato che la letteratura è anche una forma di ascolto. Ogni voce porta con sé altre voci, e il poema può diventare il luogo nel quale la memoria culturale incontra una nuova esperienza del presente.
Ho trovato stimolante la relazione fra traduzione e metafora, perché entrambe ci insegnano a riconoscere le possibilità che nascono dall’incontro fra realtà differenti. Tradurre significa attraversare; usare una metafora significa avvicinare. In entrambi i casi, il pensiero si muove e il significato acquista nuove possibilità.
Mi ha interessato, inoltre, la presenza dell’animale come occasione per osservare l’essere umano da una prospettiva meno consueta. Non più soltanto il soggetto che guarda, definisce e interpreta, ma una creatura fra le altre, parte di un mondo che non gli appartiene in modo esclusivo.
E ho ritrovato, nella concentrazione di alcuni versi, una delle possibilità più belle della poesia: dire poco senza pensare poco.
La brevità può custodire una densità straordinaria. Un verso può accompagnarci a lungo, non perché contenga una spiegazione definitiva, ma perché apre uno spazio nel quale la nostra esperienza continua a lavorare.
È questa la poesia che immagino come un seme di senape, come una bomba di semi affidata alla terra: una forma minima, capace di generare una fioritura inattesa.
Perché un poema non termina necessariamente quando finisce la lettura. A volte, proprio in quel momento, comincia a vivere dentro di noi.
I silenzi attivi, nella mia interpretazione, appartengono a questa stessa possibilità. Sono il tempo in cui il pensiero respira, la pausa in cui l’immagine si deposita, lo spazio nel quale ciò che abbiamo letto incontra ciò che siamo.
Non li considero una formula da applicare a ogni testo, né un criterio con cui misurare il valore di una poesia. Li considero una possibilità di ascolto, utile quando la struttura del componimento rende percepibile una relazione fra ciò che viene detto e ciò che continua a risuonare.
In questo senso, la mia lettura di Jaffé non vuole sostituirsi al suo pensiero, né attribuirle una teoria che non ha formulato in questi termini. Cerca piuttosto di entrare in dialogo con la sua opera, riconoscendo ciò che il libro suscita e le prospettive che apre.
Leggere è anche questo: accogliere una voce e, attraverso di essa, comprendere qualcosa in più del proprio modo di guardare.
La poesia come possibilità di fioritura
Lo animal si poema mi ha offerto l’occasione di tornare su una domanda che considero centrale per la poesia: che cosa può accadere quando smettiamo di chiedere alla parola di spiegare tutto?
Forse possiamo cominciare a riconoscere la ricchezza di ciò che non si lascia esaurire da una definizione. Possiamo imparare a guardare un animale senza trasformarlo immediatamente in un simbolo, a osservare una forma senza ridurla a una descrizione, a leggere un verso senza pretendere di possederne subito il significato.
La poesia di Verónica Jaffé, attraverso il dialogo con altri autori, la riflessione filosofica e la relazione fra linguaggio e immagine, ci invita a sostare in questa possibilità.
Il suo percorso ricorda che la parola può attraversare altri linguaggi e che la bellezza non appartiene esclusivamente a ciò che viene pronunciato. Può manifestarsi in una figura, in un materiale, in una pausa, in una domanda che continua ad accompagnarci.
È qui che riconosco la fecondità della relazione fra traduzione e metafora: nella capacità di creare passaggi senza cancellare le differenze, di mettere in comunicazione ciò che sembrava lontano, di lasciare che un’immagine diventi pensiero e che il pensiero torni a farsi immagine.
Ed è qui che ritrovo anche il valore dei silenzi attivi, così come li intendo nella mia personale lettura: non assenze da colmare, ma spazi nei quali il poema continua a respirare.
Non tutto deve essere detto perché qualcosa possa essere compreso. Non tutto deve essere spiegato perché qualcosa possa toccarci.
Talvolta, occorre soltanto fermarsi abbastanza a lungo da permettere a un verso di aprirsi.
Come un seme di senape. Come una bomba di semi che, una volta raggiunta la terra, affida al tempo la possibilità di germogliare.
La poesia, quando riesce a compiere questo gesto, non ci consegna necessariamente una certezza. Ci restituisce qualcosa di più prezioso: la capacità di continuare a porci domande, di osservare il mondo con maggiore attenzione, di riconoscere la bellezza anche là dove non avevamo pensato di cercarla.
Alla fine della lettura, non rimane soltanto ciò che abbiamo compreso del libro. Rimane anche ciò che il libro ha mosso dentro di noi.
Rimane l’immagine di una vita animale che ci costringe a riconsiderare la nostra posizione nel mondo. Rimane la memoria degli autori con cui il poema dialoga. Rimane la materia, con la sua presenza silenziosa. Rimane il verso, capace di concentrare un pensiero e di lasciarlo germogliare nella coscienza del lettore.
E rimane il silenzio: non come negazione della parola, ma come il suo respiro, il tempo necessario perché ciò che è stato espresso possa continuare a vivere.
È questo, in definitiva, ciò che ho imparato e amato della voce poetica di Verónica Jaffé: la possibilità di avvicinarsi all’esistenza senza pretendere di esaurirla, di cercare nella bellezza una forma di conoscenza e di riconoscere, nella poesia, un luogo nel quale il pensiero e l’emozione possono incontrarsi senza smettere di interrogarsi.
Perché leggere, quando lo facciamo con autentica disponibilità, non significa soltanto attraversare le parole di un altro. Significa lasciare che quelle parole ci cambino lo sguardo.
E forse è proprio da questo cambiamento, discreto ma profondo, che comincia la fioritura.
“Apenas recién creo entender algo
de la primera infancia y un poco
de lo fraterno, lo tan ansiado,
lo animal si poema” (Verónica Jaffé, Lo animal si poema, componimento «Ni siquiera», estratto pubblicato da Casa de América.)
Poeta, scrittrice, traduttrice, Presidente HEFRA APS
Riferimenti bibliografici essenziali
Opere poetiche di Verónica Jaffé
- Jaffé, Verónica, El arte de la pérdida, 1991.
- Jaffé, Verónica, El largo viaje a casa, 1994.
- Jaffé, Verónica, La versión de Ismena, 2000.
- Jaffé, Verónica, Sobre traducciones. Poemas 2000-2008, 2010.
- Jaffé, Verónica, Friedrich Hölderlin: Cantos hespéricos. Según la edición histórico-crítica de D. E. Sattler. Traducción y versiones libres (en lienzos y poemas) de Verónica Jaffé, 2016.
- Jaffé, Verónica, De la metáfora, fluida. Poemas 2009-2014, 2019.
- Jaffé, Verónica, Fugaz lagartija. Poemas 2014-2018, 2024.
- Jaffé, Verónica, Lo animal si poema, Visor Libros, 2026.
Saggi sulla letteratura e sulla traduzione
- Jaffé, Verónica, El relato imposible. Análisis recepcional de la cuentística venezolana entre 1970-1980, 1991.
- Jaffé, Verónica, Metáforas y traducción o traducción como metáfora. Algunas metáforas de la teoría de la traducción literaria, 2004.
- Jaffé, Verónica, Poesía, traducción, libertad, 2024.
Fonti per le informazioni e gli estratti citati
- Casa de América, «Verónica Jaffé Carbonell, ganadora del XXV Premio Casa de América de Poesía», comunicato del 17 novembre 2025.
- Casa de América, «Lo animal si poema», presentazione e consegna del premio, 16 febbraio 2026.
- Casa de América, Selección de poemas de Lo animal si poema, de Verónica Jaffé, documento contenente gli estratti dei componimenti citati.
- Jaffé, Verónica, Poemas de la guarda, sito ufficiale dell’autrice.
Nota critica ed editoriale. Le citazioni poetiche sono riportate in spagnolo per rispettarne la voce originale. Gli estratti di Lo animal si poema qui utilizzati provengono dalla selezione pubblicata da Casa de América; i riferimenti bibliografici delle altre opere seguono le informazioni istituzionali disponibili. L’espressione «silenzi attivi» indica una categoria interpretativa personale dell’autrice dell’articolo e non viene attribuita a Verónica Jaffé. Il richiamo al selah dei Salmi è proposto come analogia, non come equivalenza filologica.
🇪🇸 Verónica Jaffé: la poesía, la materia y el silencio
Lo animal si poema: una mirada más allá de la palabra
De la traducción a la metáfora, del diálogo con la tradición literaria a la contemplación del mundo animal: la búsqueda de una poeta que nos invita a reconocer, en la belleza y el silencio, nuevas posibilidades para comprender la existencia.
Algunos poetas buscan en la palabra un lugar donde habitar y otros la utilizan como una vía de paso hacia aquello que todavía desconocen. Al leer a Verónica Jaffé, he tenido la sensación de encontrarme ante una escritura que no pretende agotar el mundo en su interpretación, sino acercarse a él, interrogarlo y dejarse sorprender por aquello que continúa escapando a nuestra comprensión.
Poeta, traductora, ensayista y artista visual venezolana, Jaffé ha construido una trayectoria en la que la poesía dialoga con otras disciplinas y se deja atravesar por distintas formas de conocimiento. Su búsqueda no se limita a la palabra escrita: comprende la traducción literaria, el encuentro con otros autores, la reflexión filosófica y la experimentación visual mediante materiales como el papel, el cartón, la madera y el lienzo.
Su trayectoria invita a considerar la poesía no solamente como expresión del pensamiento o manifestación de una emoción, sino como una experiencia capaz de relacionar diferentes lenguajes. Una palabra puede convertirse en imagen, una imagen puede sugerir un pensamiento, una superficie muda puede albergar una presencia. Y aquello que parecía lejano puede revelar, de pronto, una correspondencia inesperada.
El 17 de noviembre de 2025, Lo animal si poema fue proclamado ganador del XXV Premio Casa de América de Poesía Americana. El reconocimiento fue entregado en Madrid el 16 de febrero de 2026. El jurado destacó el potencial intelectual y filosófico de la obra, subrayando la trama de citas mediante la cual los poemas establecen un diálogo con otros autores. El libro fue seleccionado entre 833 obras procedentes de 35 países. Jaffé es la segunda poeta venezolana que recibe este premio, después de Yolanda Pantin en 2017. (Casa de América, comunicado oficial del 17 de noviembre de 2025).
Este reconocimiento ofrece la oportunidad de detenernos en una búsqueda que merece ser abordada sin prisas. Porque, a mi juicio, el valor de Lo animal si poema no reside únicamente en la complejidad de sus referencias o en la profundidad de las preguntas que plantea. Reside también en la posibilidad de reencontrar, a través de la lectura, algo que pertenece a nuestra experiencia más íntima: la necesidad de comprender quiénes somos, qué lugar ocupamos en el mundo y cuánto sigue escapando a nuestro conocimiento de aquello que creemos conocer.
Desde aquí deseo comenzar: desde mi encuentro con la voz poética de Verónica Jaffé y desde lo que esta lectura me ha permitido descubrir, interrogar y amar.
Una poesía que nace de la observación
Para acercarnos a Lo animal si poema, creo que resulta útil mirar la trayectoria que lo precede.
Ya en los títulos de algunas colecciones anteriores, como El arte de la pérdida (1991) y El largo viaje a casa (1994), afloran cuestiones que atraviesan la existencia humana: la pérdida, la memoria, el regreso, la pertenencia. Son palabras que forman parte de nuestra experiencia cotidiana, pero que, en su aparente sencillez, albergan interrogantes profundos.
¿Qué queda de nosotros cuando perdemos algo? ¿Es posible regresar verdaderamente a casa si, entretanto, hemos cambiado? ¿Y cuánto de aquello que llamamos identidad depende de los lugares, las lenguas y las personas a través de las cuales hemos aprendido a reconocernos?
En La versión de Ismena (2000), la relación con la tradición literaria adquiere una forma más explícita. La referencia a Ismene, figura de la tragedia griega, introduce al lector en un territorio donde el pasado no es una presencia inmóvil, sino una voz con la cual dialogar. La tradición se convierte en materia viva, capaz de plantear nuevas preguntas al presente.
Con Sobre traducciones. Poemas 2000-2008 (2010), la traducción entra directamente en el horizonte de la búsqueda poética. En el volumen dedicado a Friedrich Hölderlin, Cantos hespéricos. Traducción y versiones libres (en lienzos y poemas) de Verónica Jaffé (2016), la relación entre traducción, reescritura y artes visuales se amplía todavía más.
Le siguen De la metáfora, fluida. Poemas 2009-2014 (2019) y Fugaz lagartija. Poemas 2014-2018 (2024), obras en las que la reflexión sobre la lengua, la memoria y la fragilidad de la experiencia continúa transformándose.
No se trata de un itinerario que deba leerse como una sucesión rígida de etapas. Es, más bien, un conjunto de caminos que se evocan, se alejan y vuelven a encontrarse. La poesía de Jaffé parece avanzar mediante aproximaciones, sin renunciar a la complejidad de aquello que observa.
Es precisamente esta disposición de la mirada lo que me interesa.
La poesía, antes incluso de convertirse en una construcción lingüística, puede nacer de una atención particular hacia lo que existe. Observar no significa solamente ver. Significa conceder a las cosas el tiempo necesario para que revelen algo que, en medio de la prisa, habría permanecido invisible.
La contemplación es un gesto de apertura. No impone a la realidad un significado previamente establecido, sino que se deja interrogar por su presencia.
En este sentido, reconozco en la búsqueda de Jaffé una cualidad que considero esencial para toda experiencia poética auténtica: la capacidad de transformar la observación en pensamiento sin privarla de su fuerza sensible.
Lo animal si poema: cuando el animal nos devuelve a nuestra humanidad
El título Lo animal si poema contiene ya una tensión que merece atención.
No estamos ante una simple colección de poemas dedicados a los animales. La relación entre lo animal y el poema abre una pregunta más amplia: ¿qué podemos comprender del ser humano cuando dejamos, aunque sea por un momento, de considerarlo la medida de todas las cosas?
En nuestra tradición cultural, el animal ha sido transformado con frecuencia en símbolo, alegoría o figura moral. Le hemos atribuido cualidades, defectos y comportamientos para hablar de nosotros mismos. Pero ¿qué sucede cuando su presencia no sirve solamente para representar lo humano, sino que se convierte en una oportunidad para interrogar la frontera que hemos construido entre nosotros y las demás formas de vida?
Jaffé ha descrito el libro como un intento de formular preguntas sobre la condición humana sugeridas por múltiples autores, sin la ambición de ofrecer respuestas definitivas. El simple hecho de conseguir plantear esas preguntas, ha explicado, le permite en ocasiones ver con mayor claridad. (Casa de América, presentación de Lo animal si poema, 16 de febrero de 2026).
Esta declaración es importante porque aclara la orientación de su búsqueda: la poesía no está llamada a impartir una lección, sino a crear las condiciones para una mayor conciencia.
La presencia animal se convierte así en un espejo particular. No un espejo que devuelve una imagen idéntica a la nuestra, sino una superficie en la que reconocemos algo familiar y, al mismo tiempo, irreductiblemente diferente.
El animal vive, percibe, reacciona, busca refugio, atraviesa su entorno. Su existencia no necesita nuestra interpretación para poseer valor. Sin embargo, al observarlo, podemos llegar a interrogarnos sobre nuestra vulnerabilidad, nuestros instintos, nuestra relación con el tiempo y nuestra pretensión de dominar aquello que no comprendemos.
Es aquí donde la poesía adquiere una dimensión filosófica y ética.
No porque deba formular necesariamente teorías, sino porque puede modificar nuestra manera de mirar. Nos invita a suspender el juicio, a reconocer los límites de nuestra perspectiva y a aceptar que existe una realidad que no puede traducirse íntegramente a nuestros códigos.
A veces, para comprendernos mejor, debemos dejar de mirarnos directamente.
Debemos observar lo que nos rodea. Y, en esa belleza muda, reconocer una parte de nuestra propia existencia.
El diálogo con los autores: cada poema es también un encuentro
Uno de los aspectos más interesantes de Lo animal si poema es el diálogo que los poemas establecen con los autores evocados mediante citas y referencias.
El jurado del Premio Casa de América identificó precisamente en esta trama de referencias una de las características significativas del libro: los poemas conversan con otros autores y crean un juego de espejos en el que las distintas voces se iluminan recíprocamente. (Casa de América, comunicado del 17 de noviembre de 2025).
A mi juicio, este elemento no debe considerarse un simple aparato cultural que acompaña la escritura. Forma parte de la manera en que el libro piensa.
Cada autor citado lleva consigo una historia, una sensibilidad, una visión del mundo. Su presencia introduce en el poema una memoria literaria que el lector está invitado a reconocer, pero también a interrogar.
La poesía no comienza necesariamente con la primera palabra escrita por la poeta. Puede comenzar mucho antes, en el encuentro con una lectura, en una frase que permanece en la memoria, en una pregunta recibida de otro pensamiento.
Escribir significa también escuchar lo que nos ha precedido.
Pero escuchar no equivale a repetir. Cuando una voz entra en un nuevo poema, cambia la relación entre las palabras, cambia el contexto y cambia también el lector que la encuentra. El pensamiento recibido se convierte en materia de una experiencia nueva.
Este es, creo, uno de los aspectos más fecundos de la escritura de Jaffé: la poesía no se presenta como una voz aislada y autosuficiente, sino como un lugar de encuentro entre sensibilidades y tradiciones diferentes.
La cita puede ser una puerta. Puede introducir un interrogante que atraviesa el poema o crear una distancia entre aquello que conocemos y aquello que estamos llamados a reconsiderar.
Naturalmente, para captar plenamente estos diálogos, es necesario distinguir los distintos niveles de lectura. Una referencia literaria puede ampliar el significado de un verso, pero no lo agota. La poesía debe conservar su propia fuerza incluso para quien no reconoce inmediatamente todas las referencias.
El lector no está llamado a demostrar cuánto sabe. Está invitado a participar en una búsqueda.
Y cuando un verso nos conduce hacia otro autor, para después devolvernos a nuestra experiencia con una pregunta diferente, la literatura muestra una de sus posibilidades más hermosas: convertirse en una conversación que continúa más allá de los límites del libro.
La brevedad no es sencillez: la semilla de mostaza de la poesía
Una de las cosas que he aprendido y amado de la voz poética de Verónica Jaffé tiene que ver con la relación entre brevedad y profundidad.
A veces estamos acostumbrados a medir el valor de un texto por su extensión, como si la cantidad de palabras pudiera decirnos algo definitivo sobre la riqueza del pensamiento. La poesía nos recuerda que no es así.
Un poema breve puede contener una complejidad capaz de acompañarnos durante mucho tiempo. Puede albergar una pregunta que no encuentra respuesta inmediata, una imagen que continúa transformándose en la memoria, una intuición que revela su significado solamente después de varias lecturas.
La brevedad no es sinónimo de sencillez. Puede ser el resultado de un largo trabajo de observación, selección y concentración.
Me viene a la mente la semilla de mostaza: pequeña, casi insignificante a la vista y, sin embargo, portadora de una posibilidad de crecimiento que supera sus dimensiones.
Pienso también en las bombas de semillas, que guardan en una forma mínima la promesa de una floración. Caen sobre la tierra y esperan las condiciones necesarias para abrirse. No imponen su desarrollo: lo hacen posible.
Así sucede con ciertos versos.
Si los leemos solamente en la superficie, pueden parecer concluidos en unas pocas palabras. Pero si nos acercamos a ellos con la voluntad de comprender su sentido vital, comienzan a germinar. Se abren en la mente como una pradera llena de colores, donde el pensamiento puede moverse libremente, posarse, emprender de nuevo el vuelo y buscar otras correspondencias.
Las abejas y las mariposas de esta imagen son nuestras preguntas, la memoria, las asociaciones inesperadas, las emociones que reconocemos y aquellas que todavía no sabemos nombrar.
La poesía breve no exige necesariamente menos tiempo. A veces exige más.
Es necesario detenerse, regresar a una palabra, escuchar la relación entre dos imágenes. Es necesario aceptar que el significado no se entrega por completo de una sola vez.
En Lo animal si poema, esta concentración adquiere especial relevancia porque el pensamiento filosófico no se desarrolla únicamente mediante afirmaciones explícitas. Se manifiesta también en la elección de los nombres, las asociaciones, las preguntas y las imágenes que obligan al lector a reconsiderar aquello que parecía evidente.
Un ejemplo significativo aparece en el poema Zoon politikón:
«Es que no es fácil precisar lo animal de la identidad sin adjetivo».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Zoon politikón», fragmento publicado por Casa de América).
La dificultad de definir el componente animal de la identidad sin recurrir a un adjetivo abre una cuestión que va más allá de la clasificación.
¿Cómo podemos reconocer lo que somos antes de atribuirnos una definición? ¿Cuánto de nuestra identidad es verdaderamente nuestro y cuánto depende de las palabras, los papeles y las categorías mediante las cuales nos presentamos ante los demás?
El verso no resuelve el problema. Lo hace visible.
Y esta es precisamente la fuerza que reconozco en la brevedad poética de Jaffé: la capacidad de concentrar una pregunta sin aprisionarla en una respuesta.
El verso se convierte en una semilla. El lector, si acepta cuidarla, descubre que en su interior existe mucho más de lo que sus dimensiones permitían imaginar.
La observación gestual y la belleza que no habla
Hay otro aspecto que considero fundamental en la lectura de Lo animal si poema: la relación entre observación, gesto y contemplación.
Utilizo aquí la expresión observación gestual para indicar una mirada que no permanece pasiva, sino que se traduce en un movimiento de la atención. Es el gesto de quien se detiene ante una presencia, sigue sus contornos, percibe su postura, su movimiento, su distancia y su relación con el espacio.
No es necesario que el objeto observado haga algo extraordinario. A veces basta una presencia animal, un movimiento mínimo, un cuerpo recogido en su propia quietud.
“Que calma seas, poesía,
y tu paso ligero roce
el incierto sentido.
No vaya a ser que quiera
al revés poner mis palabras,
morrocoya conchuda,
patas arriba”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Que calma seas, poesía», publicado por Casa de América).
La belleza puede manifestarse precisamente en aquello que no intenta atraer nuestra atención.
Un animal no necesita saber que está siendo observado para existir plenamente en su propia forma. No tiene que hacerse comprensible ni transformar su presencia en un mensaje destinado al ser humano.
Somos nosotros, en todo caso, quienes debemos aprender a mirar.
Esta disposición contemplativa me interesa porque desplaza la poesía del dominio exclusivo de la palabra hacia una experiencia más amplia de la sensibilidad. El verso puede nacer de aquello que el ojo ha acogido, pero no se limita a describir lo que ve. Transforma la observación en una pregunta, en una relación, en un pensamiento sobre la existencia.
La belleza muda que enmarca la vida no es necesariamente una belleza tranquilizadora. Puede revelar la fragilidad, la precariedad, la distancia entre las especies, la dificultad de comunicarse. Puede recordarnos que la realidad es más vasta que nuestras interpretaciones.
Es precisamente en esta tensión donde la contemplación adquiere profundidad.
Mirar a un animal significa encontrarse con una vida que comparte con nosotros la condición de ser viviente, pero que no coincide con nuestra experiencia. Su diversidad no debe ser borrada para que podamos reconocer su valor.
Al contrario, es precisamente al reconocer esa distancia cuando podemos comenzar a respetarla.
El pensamiento filosófico, entonces, no nace solamente de la reflexión abstracta. Puede surgir de un gesto observado, de una forma, de una presencia silenciosa. La contemplación se convierte en una forma de conocimiento porque nos obliga a desacelerar y a reconsiderar nuestra posición en el mundo.
En este sentido, la poesía de Jaffé nos recuerda que no todo lo importante necesita ser pronunciado.
Existen experiencias que comienzan antes de las palabras y continúan después de que las palabras han dejado de hablar.
Traducción y metáfora: una sinergia entre lenguajes
Entre los diferentes aspectos de la búsqueda de Jaffé, la relación entre traducción y metáfora es también algo que siento cercano a mi sensibilidad poética.
La autora ha dedicado a estos temas una parte significativa de su trabajo teórico. Así lo testimonian Metáforas y traducción o traducción como metáfora. Algunas metáforas de la teoría de la traducción literaria (2004) y Poesía, traducción, libertad (2024).
El vínculo entre traducción y metáfora puede observarse desde perspectivas diferentes, pero ambas comparten, a mi juicio, un movimiento esencial: poner en relación aquello que no coincide.
Traducir significa atravesar una lengua para llegar a otra, procurando preservar un significado sin pretender que ese tránsito esté libre de transformaciones.
La metáfora realiza un movimiento afín. Acerca realidades diferentes y permite que una revele algo de la otra. No elimina la distancia: la vuelve fértil.
Cuando decimos que algo es otra cosa, sin referirnos a una coincidencia literal, abrimos un espacio en el que el pensamiento puede desplazarse más allá del significado inmediato.
La metáfora no es solamente un ornamento del discurso. Es una posibilidad de conocimiento.
De manera semejante, la traducción no consiste en sustituir mecánicamente una palabra por otra. Es un trabajo de escucha, interpretación y recreación, en el que es necesario reconocer aquello que puede transferirse y aquello que, por el contrario, pertenece de manera irreductible a la lengua de origen.
En ambas experiencias, algo permanece y algo cambia. La fidelidad no es inmovilidad, así como la transformación no implica necesariamente una pérdida.
Es precisamente en este encuentro donde reconozco una sinergia capaz de ampliar el campo de la poesía.
La traducción puede relacionar lenguas diferentes; la metáfora puede acercar imágenes, objetos, experiencias y pensamientos. Cuando estos movimientos se encuentran, la poesía puede atravesar diversas formas expresivas sin perder su capacidad de generar sentido.
En la presentación de los Poemas de la guarda, Jaffé formula un pensamiento que considero particularmente significativo:
«Usar metáforas, escribir poemas, es como traducir imágenes».
(Verónica Jaffé, Poemas de la guarda, sitio oficial de la autora).
Usar metáforas, escribir poemas, traducir imágenes: en esta formulación reconozco una clave para comprender la relación entre palabra y percepción.
Una imagen no necesita necesariamente ser explicada por la palabra. Puede encontrar en ella una posibilidad de transformación, así como un verso puede abrir un espacio visual en la mente de quien lo lee.
La traducción y la metáfora no son, por lo tanto, dos procedimientos aislados. Pueden actuar conjuntamente, creando un tránsito entre lo visible y lo invisible, entre aquello que reconocemos y aquello que todavía debemos aprender a ver.
Es lo que he aprendido y amado de la búsqueda de Jaffé: la posibilidad de que la belleza atraviese lenguajes diferentes sin verse obligada a elegir uno solo.
Puede habitar una palabra, una imagen, una superficie de madera, una hoja de papel. Puede manifestarse en la lengua que conocemos y continuar hablándonos a través de una forma que no posee palabras.
La poesía se convierte así en una experiencia de relación.
No todo debe traducirse literalmente. No todo debe explicarse. A veces, lo importante es crear las condiciones para que una forma expresiva pueda despertar a otra, permitiendo que ambas conserven su propia especificidad.
“Grande es su repertorio,
buho buho buho llama el macho cortejando
y ella contesta u-hu- u-hu- u-hu- (..)
Si nos llamáramos
con ululantes cantos
¿cuáles nombres
nos convocarían?”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Bubo Bubo», fragmento publicado por Casa de América).
Cuando el poema se convierte en materia
La búsqueda visual de Jaffé ofrece un desarrollo adicional a esta reflexión.
En sus obras, la poesía entra en relación con el cartón, la madera y el lienzo. Estos materiales no son solamente superficies sobre las cuales colocar un texto: pueden convertirse en parte de la experiencia poética.
El cartón lleva consigo una fragilidad cotidiana. La madera conserva su relación con la materia orgánica y con el tiempo. El papel es a la vez familiar y vulnerable, capaz de guardar una huella y de deteriorarse.
Cuando la poesía se encuentra con estos materiales, el soporte puede participar en la construcción del significado.
La consistencia de la superficie, la disposición de los elementos, la presencia de un espacio libre o de una interrupción pueden modificar la manera en que se percibe la obra. El lector ya no se encuentra solamente ante una secuencia de palabras: está invitado a observar una relación entre forma, materia y pensamiento.
Es un tránsito que encuentro particularmente interesante.
La poesía puede leerse, pero también puede contemplarse. Puede escucharse a través del ritmo y, al mismo tiempo, percibirse mediante la disposición visual de sus elementos.
El ojo no se limita a descifrar. Sigue un recorrido, mide distancias, encuentra interrupciones. La superficie se convierte en parte de la experiencia.
Esto no significa que cualquier objeto pueda considerarse un poema, ni que la materia posea automáticamente un valor poético. Es necesario que exista una relación capaz de generar sentido, que la forma no sea un añadido arbitrario, sino que participe en la búsqueda expresiva.
La poesía, en este caso, no pierde su naturaleza cuando abandona la página tradicional. La transforma.
“Dos o tres asuntos quise ponderar,
y a estos lienzos inquirir por sus poemas.
Figuraban: un león, quizás leopardo y un rinoceronte.
Eso fue en un blanco país anterior”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Dos o tres asuntos que ponderar», fragmento publicado por Casa de América).
Y quizá sea precisamente este el punto: reconocer que la palabra no agota todas las posibilidades de lo poético.
Existen formas que pueden comunicar sin pronunciar nada. Existen imágenes que no ofrecen una explicación, sino que dejan emerger una presencia. Existen materiales que, a través de su propia consistencia, nos devuelven a la realidad concreta de la existencia.
La búsqueda de Jaffé invita a considerar estos lenguajes no como territorios separados, sino como posibilidades de un diálogo en el que cada uno puede ampliar la sensibilidad de los demás.
Los silencios activos: la respiración que pertenece al poema
Quisiera detenerme en una expresión que pertenece a mi elaboración crítica personal: los silencios activos.
Es importante precisarlo: no pretendo presentar esta fórmula como una invención teórica original mía en sentido absoluto, ni atribuírsela a Verónica Jaffé. La utilizo para nombrar una lectura personal de la relación entre palabra, pausa, disposición del verso y significado, desarrollada a través de mi observación almanáutica de la poesía y de la reflexión sobre lo que sucede durante la lectura.
Cuando hablo de silencios activos, no me refiero simplemente a la ausencia de palabras.
Pienso en aquellos espacios en los que el poema parece detenerse, pero en realidad continúa hablando de otra manera. Son las pausas, las interrupciones, los espacios entre los versos y las distancias entre las imágenes que, en determinadas condiciones, participan en la construcción del significado.
Para comprender su función, me viene a la mente el selah de los Salmos, término cuya interpretación precisa sigue siendo objeto de debate y que tradicionalmente se asocia con una pausa o interrupción de carácter musical y con una pausa litúrgica de reflexión. Lo evoco aquí como analogía interpretativa, no como equivalencia histórica o técnica.
El selah sugiere un tiempo en el que no se añade necesariamente una nueva palabra, sino que se deja resonar aquello que ha sido pronunciado. Es una pausa que invita a respirar, a detenerse, a permitir que el pensamiento encuentre su propia profundidad.
En mi lectura, algo semejante puede suceder en la poesía.
El espacio que sigue a un verso no pertenece solamente a lo que ya se ha dicho, como si fuera un residuo dejado por la escritura. Puede pertenecer también a lo que vendrá después. Es un punto de tránsito en el que el lector continúa elaborando aquello que acaba de encontrar y, al mismo tiempo, se prepara para recibir lo que todavía desconoce.
El silencio se convierte así en parte integrante del poema. No es un elemento externo, ni una pausa que podría eliminarse sin consecuencias, sino una posibilidad expresiva que, cuando es necesaria, contribuye a determinar el ritmo interior de la lectura.
Sin embargo, es necesario establecer una distinción. No todo espacio en blanco es un silencio activo. No toda interrupción posee automáticamente una función poética. Su fuerza depende de la relación con el texto, de la necesidad expresiva que la sostiene y de aquello que pone en movimiento en la conciencia del lector.
Un poema puede ser brevísimo y no dejar ninguna apertura significativa. Otro puede estar compuesto por muchos versos y albergar, en su interior, pausas que modifican profundamente el sentido de lo expresado.
El silencio activo no coincide, por tanto, con la escasez de palabras. Es una cualidad de la relación entre aquello que se expresa y aquello que permanece abierto.
Al leer a Jaffé, esta perspectiva me parece particularmente fecunda porque su trabajo atraviesa la palabra, la imagen y la materia. La presencia de un animal, la consistencia de un soporte o la distancia entre dos elementos pueden sugerir una dimensión que no necesita ser verbalizada por completo.
No sostengo que cada imagen o cada espacio de su obra deba interpretarse mediante esta categoría. Propongo, más bien, una posibilidad de lectura que considero útil para comprender cómo el significado poético puede extenderse más allá de lo que se dice explícitamente.
El silencio activo no interrumpe necesariamente el poema: puede prolongarlo. No sustrae necesariamente sentido: puede permitir que el sentido se expanda.
Es el tiempo en el que el lector participa en la construcción de la obra, relacionando las palabras con su propia memoria, su experiencia y sus preguntas.
Esta dimensión me interesa también porque devuelve a la lectura un carácter profundamente humano. No estamos llamados solamente a comprender un contenido, sino a vivir su movimiento.
La poesía nos pide que desaceleremos. Que no ocupemos cada espacio con una explicación. Que aceptemos que algo pueda permanecer abierto sin que por ello esté incompleto.
Como en la respiración, el intervalo no es una separación de la vida: forma parte de su ritmo.
“Quedó o callado
en voz baja
me pongo a escribir
con más sosiego.
(…) no todo es teatro del ego”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Quedo o callado», fragmento publicado por Casa de América).
Y así, en el poema, el silencio puede convertirse en una presencia discreta, capaz de custodiar aquello que la palabra acaba de revelar y de preparar lo que todavía debe nacer.
Leer Lo animal si poema: las imágenes, las preguntas, el pensamiento
Volvamos ahora al libro que ha dado origen a estas reflexiones.
La selección de poemas publicada por Casa de América permite observar algunos de los procedimientos mediante los cuales Jaffé entrelaza la presencia animal, la reflexión sobre la identidad y el diálogo con la tradición cultural.
En Zoon politikón, la poeta se interroga sobre su propia identidad mediante una serie de nombres y asociaciones:
«Más que decir mujer de género u oficio o lenguas varias debería comenzar de nuevo por el sustantivo».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Zoon politikón», fragmento publicado por Casa de América).
El verso sugiere la necesidad de regresar al sustantivo, como si las definiciones que acompañan a una persona pudieran, en determinado momento, resultar insuficientes.
El género, la profesión, las lenguas y los roles son elementos que participan en la construcción de la identidad, pero ninguno de ellos parece poder agotarla.
La pregunta se vuelve entonces más profunda: ¿qué permanece cuando intentamos liberarnos, al menos por un instante, de las categorías mediante las cuales estamos acostumbrados a reconocernos?
La relación con el animal no ofrece una solución inmediata. Abre, más bien, una perspectiva diferente, en la que la identidad humana puede observarse sin considerarla una realidad completamente definida.
En este poema, el diálogo entre los nombres de los animales y las definiciones del ser humano se convierte en un juego lingüístico, pero no se agota en el juego. Las palabras producen una reflexión sobre la dificultad de establecer fronteras nítidas entre lo que somos y lo que creemos ser.
La elección de recurrir a una pregunta, en lugar de una afirmación concluyente, es significativa. El poema no impone una tesis: invita a participar en el razonamiento.
Otro pasaje, tomado del poema Tus tiempos y los de otros, abre una perspectiva diferente:
«Aprende a nadar en lo inmenso».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Tus tiempos y los de otros», fragmento publicado por Casa de América).
Son palabras breves, pero su imagen posee una apertura notable.
Aprender a nadar en lo inmenso significa enfrentarse a algo que supera nuestras medidas habituales. No significa dominarlo ni reducirlo a un espacio conocido. Significa aprender a permanecer en su interior.
El mar, en su inmensidad, no se vuelve menos grande porque el ser humano aprenda a nadar en él. Es su relación con esa inmensidad la que cambia.
Leo en este verso una posible reflexión sobre la condición humana: no todo aquello que nos supera debe reducirse a una dimensión tranquilizadora. Existen experiencias en las que el conocimiento consiste también en aprender a movernos dentro de la incertidumbre.
La brevedad del verso concentra esta intuición en una imagen inmediatamente perceptible. Sin embargo, aquello que sugiere puede seguir desarrollándose mucho después de la lectura.
Es la semilla de mostaza de la que hablaba.
El poema no necesita exponer una teoría completa para abrir una pregunta sobre la existencia, el límite y la capacidad de habitar aquello que desconocemos.
Una vez más, la poesía transforma una imagen concreta en una posibilidad de pensamiento.
El diálogo con Goya: cuando la razón necesita al animal
Otro ejemplo de la construcción intelectual del libro se encuentra en el poema que evoca a Francisco de Goya y la célebre relación entre el sueño de la razón y la aparición de los monstruos.
Jaffé escribe:
«Que la razón requiere de sueños o animales, También es de Goya».
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema con referencia a Goya, fragmento publicado por Casa de América).
La referencia a Goya no queda limitada a la cita de un pensamiento conocido. Es retomada y reformulada mediante la presencia de los animales, que acompañan al soñador y protegen simbólicamente su espalda.
La relación entre razón y sueño vuelve así a abrirse.
La razón es una de las facultades mediante las cuales el ser humano interpreta el mundo, pero no representa necesariamente la única vía para comprenderlo. El sueño, la imaginación y la presencia animal introducen dimensiones que no pueden reducirse por completo a la lógica.
El poema invita a preguntarnos si la razón puede realmente bastarse a sí misma o si necesita aquello que no controla para reconocer sus propios límites.
El diálogo con Goya se convierte, en este sentido, en una relación productiva entre tradición y escritura contemporánea. El pensamiento del pintor no se repite simplemente: es incorporado a una nueva experiencia poética, donde el animal adquiere una función a la vez visual y filosófica.
Es un ejemplo concreto de lo que entiendo cuando hablo de la sinergia entre traducción y metáfora.
Una figura procedente de la historia del arte es trasladada al lenguaje poético. Su significado se transforma, se enriquece con nuevas asociaciones y regresa al lector como una pregunta diferente.
La poesía no necesita necesariamente explicar la referencia. Puede ponerla en movimiento. Y el lector, al reconocer o descubrir ese diálogo, participa en la construcción del sentido.
De la reflexión filosófica a la responsabilidad hacia la vida
La presencia animal en Lo animal si poema posee también una dimensión ética.
Interrogar la frontera entre el ser humano y los demás animales significa cuestionar la manera en que atribuimos valor a las distintas formas de vida. Significa preguntarnos si nuestra forma de comprender el mundo deja espacio para aquello que no podemos conocer plenamente.
Esta pregunta concierne también a la relación con el medioambiente, la vulnerabilidad de las especies y las consecuencias de las acciones humanas.
No es necesario transformar la poesía en un tratado para reconocer el alcance de estas cuestiones. La literatura puede contribuir a acercárnoslas porque nos invita a percibir aquello que, de otro modo, correría el riesgo de permanecer como un concepto abstracto.
Cuando la presencia de un animal se convierte en ocasión de contemplación, el lector está llamado a suspender, al menos por un momento, su propia centralidad.
El animal no es solamente aquello que vemos. Es también aquello que no podemos conocer por completo.
Esta conciencia puede modificar nuestra actitud. Nos recuerda que comprender no significa necesariamente poseer una explicación completa y que reconocer al otro exige, a veces, la capacidad de respetar su alteridad.
A mi juicio, es precisamente aquí donde el pensamiento filosófico se encuentra con la sensibilidad poética.
La filosofía plantea la pregunta; la poesía puede darle una forma sensible, acercarla a nuestra experiencia, hacerla resonar mediante una imagen o un gesto.
La belleza no borra la complejidad del mundo. Puede ayudarnos a reconocerla.
Y la contemplación, cuando no se limita a la admiración superficial, se convierte en un ejercicio de atención y responsabilidad.
No porque cada poema deba conducir necesariamente a un comportamiento moral, sino porque aprender a mirar de otra manera puede cambiar nuestra forma de relacionarnos con aquello que existe.
Lo que he aprendido y amado de la voz poética de Verónica Jaffé
Llegada a este punto de la lectura, deseo volver a aquello que, personalmente, más me ha conmovido.
He amado la posibilidad de encontrar una poesía que no separa el pensamiento de la sensibilidad, que permite convivir a la búsqueda intelectual y a la fuerza de las imágenes, que no considera la palabra como el único lugar donde puede manifestarse la belleza.
He apreciado el diálogo con los autores porque me ha recordado que la literatura es también una forma de escucha. Cada voz lleva consigo otras voces, y el poema puede convertirse en el lugar donde la memoria cultural se encuentra con una nueva experiencia del presente.
He encontrado estimulante la relación entre traducción y metáfora porque ambas nos enseñan a reconocer las posibilidades que nacen del encuentro entre realidades diferentes. Traducir significa atravesar; utilizar una metáfora significa acercar. En ambos casos, el pensamiento se mueve y el significado adquiere nuevas posibilidades.
Me ha interesado, además, la presencia del animal como ocasión para observar al ser humano desde una perspectiva menos habitual. Ya no solamente como el sujeto que mira, define e interpreta, sino como una criatura entre otras, parte de un mundo que no le pertenece de manera exclusiva.
Y he reencontrado, en la concentración de algunos versos, una de las posibilidades más hermosas de la poesía: decir poco sin pensar poco.
La brevedad puede albergar una densidad extraordinaria. Un verso puede acompañarnos durante mucho tiempo, no porque contenga una explicación definitiva, sino porque abre un espacio en el que nuestra experiencia continúa trabajando.
Esta es la poesía que imagino como una semilla de mostaza, como una bomba de semillas confiada a la tierra: una forma mínima, capaz de generar una floración inesperada.
Porque un poema no termina necesariamente cuando concluye la lectura. A veces, precisamente en ese momento, comienza a vivir dentro de nosotros.
Los silencios activos, en mi interpretación, pertenecen a esta misma posibilidad. Son el tiempo en el que el pensamiento respira, la pausa en la que la imagen se deposita, el espacio donde aquello que hemos leído se encuentra con lo que somos.
No los considero una fórmula que deba aplicarse a cada texto ni un criterio con el cual medir el valor de una poesía. Los considero una posibilidad de escucha, útil cuando la estructura del poema hace perceptible una relación entre aquello que se dice y aquello que continúa resonando.
En este sentido, mi lectura de Jaffé no pretende sustituir su pensamiento ni atribuirle una teoría que no ha formulado en estos términos. Busca, más bien, entrar en diálogo con su obra, reconociendo aquello que el libro suscita y las perspectivas que abre.
Leer es también esto: acoger una voz y, a través de ella, comprender algo más de nuestra propia manera de mirar.
La poesía como posibilidad de florecimiento
Lo animal si poema me ha ofrecido la oportunidad de volver a una pregunta que considero central para la poesía: ¿qué puede suceder cuando dejamos de exigirle a la palabra que lo explique todo?
Quizá podamos comenzar a reconocer la riqueza de aquello que no se deja agotar por una definición. Podemos aprender a mirar a un animal sin transformarlo inmediatamente en un símbolo, a observar una forma sin reducirla a una descripción, a leer un verso sin pretender poseer enseguida su significado.
La poesía de Verónica Jaffé, a través del diálogo con otros autores, la reflexión filosófica y la relación entre lenguaje e imagen, nos invita a detenernos en esta posibilidad.
Su trayectoria nos recuerda que la palabra puede atravesar otros lenguajes y que la belleza no pertenece exclusivamente a aquello que se pronuncia. Puede manifestarse en una figura, en un material, en una pausa, en una pregunta que continúa acompañándonos.
Es aquí donde reconozco la fecundidad de la relación entre traducción y metáfora: en la capacidad de crear caminos sin borrar las diferencias, de poner en comunicación aquello que parecía lejano, de permitir que una imagen se convierta en pensamiento y que el pensamiento vuelva a hacerse imagen.
Y es aquí donde reencuentro también el valor de los silencios activos, tal como los entiendo en mi lectura personal: no ausencias que deban llenarse, sino espacios en los que el poema continúa respirando.
No todo debe ser dicho para que algo pueda comprenderse. No todo debe ser explicado para que algo pueda conmovernos.
A veces, basta con detenerse el tiempo suficiente para permitir que un verso se abra.
Como una semilla de mostaza. Como una bomba de semillas que, una vez llegada a la tierra, confía al tiempo la posibilidad de germinar.
La poesía, cuando consigue realizar este gesto, no nos entrega necesariamente una certeza. Nos devuelve algo más precioso: la capacidad de seguir haciéndonos preguntas, de observar el mundo con mayor atención, de reconocer la belleza incluso allí donde no habíamos pensado buscarla.
Al terminar la lectura, no permanece solamente aquello que hemos comprendido del libro. Permanece también aquello que el libro ha puesto en movimiento dentro de nosotros.
Permanece la imagen de una vida animal que nos obliga a reconsiderar nuestra posición en el mundo. Permanece la memoria de los autores con los que dialoga el poema. Permanece la materia, con su presencia silenciosa. Permanece el verso, capaz de concentrar un pensamiento y dejarlo germinar en la conciencia del lector.
Y permanece el silencio: no como negación de la palabra, sino como su respiración, el tiempo necesario para que aquello que ha sido expresado pueda continuar viviendo.
Esto es, en definitiva, lo que he aprendido y amado de la voz poética de Verónica Jaffé: la posibilidad de acercarnos a la existencia sin pretender agotarla, de buscar en la belleza una forma de conocimiento y de reconocer en la poesía un lugar donde el pensamiento y la emoción pueden encontrarse sin dejar de interrogarse.
Porque leer, cuando lo hacemos con auténtica disposición, no significa solamente atravesar las palabras de otro. Significa permitir que esas palabras transformen nuestra mirada.
Y quizá sea precisamente de ese cambio, discreto pero profundo, de donde comienza el florecimiento.
“Apenas recién creo entender algo
de la primera infancia y un poco
de lo fraterno, lo tan ansiado,
lo animal si poema”
(Verónica Jaffé, Lo animal si poema, poema «Ni siquiera», fragmento publicado por Casa de América).
Poeta, escritora, traductora, presidenta de HEFRA APS.
Referencias bibliográficas esenciales
Obras poéticas de Verónica Jaffé
- Jaffé, Verónica, El arte de la pérdida, 1991.
- Jaffé, Verónica, El largo viaje a casa, 1994.
- Jaffé, Verónica, La versión de Ismena, 2000.
- Jaffé, Verónica, Sobre traducciones. Poemas 2000-2008, 2010.
- Jaffé, Verónica, Friedrich Hölderlin: Cantos hespéricos. Según la edición histórico-crítica de D. E. Sattler. Traducción y versiones libres (en lienzos y poemas) de Verónica Jaffé, 2016.
- Jaffé, Verónica, De la metáfora, fluida. Poemas 2009-2014, 2019.
- Jaffé, Verónica, Fugaz lagartija. Poemas 2014-2018, 2024.
- Jaffé, Verónica, Lo animal si poema, Visor Libros, 2026.
Ensayos sobre literatura y traducción
- Jaffé, Verónica, El relato imposible. Análisis recepcional de la cuentística venezolana entre 1970-1980, 1991.
- Jaffé, Verónica, Metáforas y traducción o traducción como metáfora. Algunas metáforas de la teoría de la traducción literaria, 2004.
- Jaffé, Verónica, Poesía, traducción, libertad, 2024.
Fuentes de información y fragmentos citados
- Casa de América, «Verónica Jaffé Carbonell, ganadora del XXV Premio Casa de América de Poesía», comunicado del 17 de noviembre de 2025.
- Casa de América, «Lo animal si poema», presentación y entrega del premio, 16 de febrero de 2026.
- Casa de América, Selección de poemas de Lo animal si poema, de Verónica Jaffé, documento que contiene los fragmentos de los poemas citados.
- Jaffé, Verónica, Poemas de la guarda, sitio oficial de la autora.
Nota crítica y editorial. Las citas poéticas se reproducen en español para respetar su voz original. Los fragmentos de Lo animal si poema utilizados aquí proceden de la selección publicada por Casa de América; las referencias bibliográficas de las demás obras siguen la información institucional disponible. La expresión «silencios activos» designa una categoría interpretativa personal de la autora del artículo y no se atribuye a Verónica Jaffé. La referencia al selah de los Salmos se propone como analogía, no como equivalencia filológica.

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