Perché ho chiamato la mia poetica Almanautica Poesia
Non ho deciso un giorno di inventare una poetica. L’Almanautica Poesia non è nata attorno a un tavolo, cercando una definizione capace di contenere ciò che scrivevo. È accaduto quasi il contrario: a un certo punto del mio cammino ho dovuto riconoscere che nelle mie poesie esisteva già qualcosa che continuava a tornare, una maniera di osservare, attraversare e restituire la realtà che non potevo più considerare soltanto uno stile personale. Aveva una sua direzione, una propria coerenza, persino un proprio modo di interrogarmi. Dare un nome a quella visione è arrivato dopo. Prima c’era stata la poesia.
Scrivo da quando avevo undici anni. In un tempo così lungo la parola inevitabilmente cambia insieme alla persona che la pronuncia. Ho attraversato Paesi, lingue, maternità, distanze, appartenenze, perdite, incontri, ritorni. Ho conosciuto la necessità di ricominciare e quella, forse ancora più difficile, di riconoscersi dopo essere cambiati. Per molto tempo non ho avuto bisogno di chiedermi se tutto questo appartenesse a una poetica. Scrivevo perché la poesia era già il mio modo di comprendere ciò che vivevo e, qualche volta, ciò che non riuscivo ancora a comprendere.
Con gli anni, però, ho iniziato a osservare le mie stesse parole da una distanza diversa. Non cercavo ciò che accomunava formalmente le mie poesie, né una ricorrenza di temi che potesse definirle. Mi interessava capire quale movimento interiore le generasse. Mi sono accorta allora che, anche quando cambiavano il tempo, il luogo, l’argomento o la lingua, qualcosa rimaneva.
Era il modo di guardare.
Non riuscivo a fermarmi a ciò che una cosa significava immediatamente. Una mano non era soltanto una mano. Il mare non era soltanto il mare. Una cicatrice non coincideva con la ferita che l’aveva generata. Il silenzio non era semplicemente assenza di voce. Persino ciò che sembrava compiuto continuava ad aprire dentro di me un’altra domanda.
Ho compreso progressivamente che la mia poesia nasceva proprio da questo movimento: attraversare il significato per arrivare al significante. Non accontentarmi di ciò che la realtà dichiara di essere, ma sostare abbastanza a lungo davanti ad essa perché possa mostrarmi qualcosa che inizialmente non vedevo.
Questa consapevolezza è stata importante perché mi ha permesso di comprendere che la poesia, per me, non consiste nell’aggiungere bellezza alle cose. La bellezza esiste già. Spesso siamo noi a non avere più il tempo, l’attenzione o il silenzio necessari per riconoscerla. Il compito della parola poetica non è decorare il mondo, ma avvicinarsi ad esso con una disposizione capace di ascoltarlo.
Da qui nasce uno dei fondamenti della mia ricerca: la contemplazione della bellezza muta.
Ho sempre avvertito che esistono presenze che non chiedono di essere spiegate. Un volto attraversato dagli anni, una riva dopo la tempesta, un albero che continua a germogliare, una persona che resta accanto a un’altra senza sapere cosa dire. La loro bellezza non ha bisogno di proclamarsi. Esiste. La poesia può soltanto imparare a sostare davanti a essa senza violentarla con troppe spiegazioni.
Ma questa contemplazione mi ha condotta ancora più lontano. Ho capito che non potevo riconoscere un’anima soltanto nell’essere umano e ridurre tutto il resto a scenario della sua esistenza. Nella mia scrittura la natura continuava a presentarsi non come paesaggio, ma come presenza. Il mare sembrava possedere una memoria. La terra custodiva ferite e rinascite. Gli alberi conoscevano una forma di resistenza che l’uomo avrebbe potuto ascoltare. La pioggia non accompagnava semplicemente un’emozione: accadeva insieme a noi.
Ho cominciato così a riconoscere ciò che oggi chiamo l’animus del creato.
Non intendo attribuire alla natura sentimenti umani. Sarebbe ancora un modo per ricondurre tutto a noi stessi. Intendo piuttosto riconoscere che l’essere umano non è l’unica misura poetica del mondo. Esiste una vita che ci precede, ci accompagna e continuerà oltre di noi. La poesia può entrare in relazione con essa senza necessariamente possederla o interpretarla.
Quando questa intuizione si è fatta più chiara, ho iniziato a comprendere che i diversi elementi della mia scrittura non erano frammenti separati. La contemplazione, il creato, la fragilità, la memoria, il dolore, la rinascita, la speranza, la relazione con l’altro e quella continua tensione verso qualcosa che supera l’immediatezza dell’esistenza appartenevano allo stesso movimento.
Anche l’amore assumeva un significato diverso. Non mi bastava più considerarlo qualcosa che accade all’essere umano. Sentivo sempre più profondamente che l’amore umano può trascendere ogni cosa se sceglie quotidianamente l’Amare. Ed è proprio il verbo a fare la differenza. Amare significa assumere una responsabilità verso ciò che incontriamo. Significa presenza, cura, ascolto, libertà. Significa scegliere ancora, anche quando l’emozione da sola non basta più.
A quel punto mi sono posta una domanda che riguardava direttamente la mia scrittura: se tutto questo ritorna nelle mie poesie, se esiste una relazione riconoscibile tra il mio modo di concepire la parola, l’essere umano, il creato e l’Amare, sto ancora parlando soltanto di uno stile?
La mia risposta è stata no.
Uno stile può essere riconoscibile nella forma. Una poetica, invece, nasce quando dietro quella forma esiste una visione. Io stavo riconoscendo la mia.
È stato allora che ho sentito la necessità di darle un nome.
Almanautica Poesia non è nata per creare una corrente letteraria e nemmeno per stabilire regole alle quali altri debbano aderire. Non credo che la poesia possa vivere dentro un recinto costruito per proteggerne una definizione. Il nome mi serviva per riconoscere una direzione, per rendere consapevole ciò che la scrittura aveva compreso prima di me.
Essere almanauta significa, per me, accettare che la poesia sia una navigazione senza la pretesa di possedere il mare.
Questo è forse il punto che oggi sento più vicino. Navigare non significa conoscere anticipatamente l’approdo. Significa partire, osservare, attraversare, lasciarsi modificare dal viaggio. La poesia che conosce già tutte le proprie risposte rischia di diventare dimostrazione. Io desidero invece che continui a essere scoperta.
Anche la mia appartenenza a due lingue mi ha aiutata a comprenderlo. Italiano e spagnolo non sono per me due stanze tra le quali trasportare le stesse parole. Posso nascere poeticamente nell’una o nell’altra lingua. Talvolta un’immagine viene a cercarmi in spagnolo, altre volte pensa direttamente in italiano. Non sento necessariamente una lingua come origine e l’altra come traduzione. Sono due acque nelle quali la stessa anima ha imparato a navigare, senza che il paesaggio rimanga necessariamente identico.
Forse anche per questo avevo bisogno di una poetica che non parlasse di confini, ma di attraversamenti.
Oggi, quando pronuncio Almanautica Poesia, non penso quindi soltanto a ciò che ho scritto. Penso soprattutto al modo in cui desidero continuare a guardare. La poetica non è per me una conclusione raggiunta, ma una consapevolezza dalla quale continuare a partire. Se diventasse una formula immutabile, tradirebbe proprio la navigazione dalla quale è nata.
Continuo a credere che la poesia debba avere il coraggio di avvicinarsi alla ferita senza trasformarla in spettacolo, di cercare la speranza senza utilizzarla per negare il dolore, di contemplare la bellezza senza volerla possedere. Deve poter ascoltare l’essere umano, ma anche ciò che esiste oltre il suo rumore. Deve poter interrogare una parola fino a quando quella parola smette soltanto di significare e comincia a essere presenza.
Ho chiamato la mia poetica Almanautica Poesia quando ho compreso che tutte queste direzioni appartenevano alla stessa navigazione.
Non ho dato un nome a qualcosa che volevo inventare.
Ho dato un nome a qualcosa che, da molto tempo, stavo già vivendo.
Hebe Munoz

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